Il casello è pieno, anche troppo per la sua consueta tranquillità, l’aria è umida, il cielo minaccioso e gonfio sembra non approvare questo baccanale estivo nella piccola e docile Grottammare. Il popolo di El Diablo sta arrivando: la polizia si prende gioco di qualche adolescente fumoso; c’è chi si prepara annegandosi lo stomaco di birra di pessima qualità, l’odore fetido dei panini ambulanti ingombra le vie di una cittadina poco abituata ai riti del rock. Non posso fare a meno di distinguere però, chiaramente e distintamente, due generazioni lontane, così differenti da rendere incomprensibilmente eterogeneo il pubblico steso sul prato dello stadio Pirani: da una parte frotte di adolescenti a petto nudo e bicchiere in mano, occhio perso nel nulla, testimoni reali della loro generazione; dall’altra famiglie di tranquilli 40enni, col marsupio sulla spalla e nella testa i ricordi di quelle canzoni urlate col mangianastri della loro fiat uno. Il cielo si sgonfia, come a voler lasciar posto ai sogni, i back liners scaldano il palco, l’aria è frizzante, le luci si spengono e… entrano due anzianotti. Ghigo, sudaticcio e appesantito, sembra un vecchietto da sala dei videopoker. Se ne sta lì con la sua chitarra, suonata sempre egregiamente, ma senza grinta, nè passione. Ogni tanto si ricorda del resto del gruppo e lancia sorrisi stentati qua e là. Piero, attaccato dai segni della vecchiaia, cerca di mantenere la sua fama di tuscanico belzebù: si riempie il pacco delle urla dei fan, cerca il suo pubblico come un gatto con il topo, muove le mani in cerca di energia dal cielo. Lancia la sua sfida agli intoccabili di questa italietta di cui lui, volente o nolente, è figlio. Entrambi però sembrano prenderci il gusto e l’energia aumenta col passare dei minuti: pezzi come Proibito, El Diablo, Tex, Maudit, Cangaceiro sono la loro sfida con la storia, e il pubblico di Grottammare sembra volergli dare una mano. Quando lo spettacolo deve ancora iniziare ecco fare capolino i due nuovi pezzi, stentata giustificazione dell’album live: Sole Nero e Barcollo. Pezzi discreti, ma appesantiti dalla malinconia della discografica rimpatriata. E poi ancora Resta, Gioconda, Paname, Dio, Ritmo, Tex; Piero mantiene alto il pathos del live bevendo bottigliette di succo di frutta, un liquido che per sua natura è decisamente rock’n’roll. La serata si conclude con un Lacio Drom, poesia malinconica di una notte che termina con l’invasione di campo dei fan sul palco. Piero si abbevera del sudore dei suoi fan, Ghigo annega nel suo… e poi festa festa fino al mattino.
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